|
Getting your Trinity Audio player ready...
|

Accompagnare un talento nel percorso verso il professionismo significa conoscere da vicino dinamiche, pressioni, errori e opportunità che segnano la crescita di un giovane atleta. Pierluigi Lorenzoni, procuratore che segue diversi ragazzi e ragazze, porta l’esempio di Ilaria Azzena, classe 2008, oggi al Sassuolo dopo un percorso complesso e costruito passo dopo passo. Con lui abbiamo affrontato i temi centrali del calcio giovanile, con uno sguardo particolare sul femminile.
- Quanto è determinante l’ambiente familiare nella crescita di un giovane calciatore o calciatrice? In che modo i genitori possono essere una risorsa e non un ostacolo?
«Basta andare a vedere una partita di ragazzi o ragazze per accorgersi dell’invadenza di molti genitori sull’arbitro e sugli avversari. Per fortuna non sono tutti così. I giovani devono divertirsi, senza essere caricati di ansie e pressioni. I genitori devono fare i genitori: ci sono piccoli trucchetti, come non preparare il borsone al figlio o alla figlia. Devono essere loro ad avere un armadietto con tutto l’occorrente e prepararsi da soli, diventando responsabili. Un consiglio: il borsone e lo zaino dei libri dovrebbero avere le ruote, perché molti ragazzi camminano e corrono male. E soprattutto: non forzateli ad andare all’allenamento. Deve essere il ragazzo a forzare il genitore per farsi accompagnare. Così si capisce se ha davvero interesse o se lo fa solo per compiacere il papà.»
- Molti talenti si perdono per pressioni e aspettative eccessive. Qual è il confine tra sostegno e interferenza?
«Il sostegno è sdrammatizzare tutte le situazioni, sia negative che positive. La psicologia di un ragazzo o di una ragazza va capita e interpretata. Ho visto talenti perdersi e altri, con qualcosa in meno, arrivare più in alto. Il calcio è una scalinata con tanti gradini: bisogna farli uno alla volta, non ci sono ascensori.»
- Che cosa distingue un allenatore che fa crescere davvero un giovane da uno che rischia di limitarlo?
«Questo è un vero problema: molti allenatori stanno limitando la fantasia dei ragazzi. Troppa tattica, nessuno sa più saltare l’avversario, fanno il “compitino” e spersonalizzano le qualità. Nel calcio è basilare saltare l’uomo per creare superiorità numerica. E poi il famoso modulo: va adattato alle qualità dei giocatori, non viceversa. Proprio l’altro giorno ho letto le scuse di Ancelotti, che non volle Baggio perché non lo vedeva nel suo modulo; poi alla Juve ebbe lo stesso problema con Zidane e adattò il modulo alle loro qualità. I giovani non devono avere paura di sbagliare un gesto tecnico: solo provando e sbagliando si migliora. Con i ragazzi ci vuole pazienza.»
- Nel femminile il rapporto tra club e famiglie è spesso più diretto. Nota differenze rispetto al percorso dei ragazzi?
«È uguale: le società professionistiche applicano la loro filosofia allo stesso modo. Posso dire che nel femminile c’è molta meritocrazia, e mi fermo qui.»
- Qual è l’errore più frequente che vede nei genitori e quale invece l’atteggiamento che fa la differenza nel lungo periodo?
«Molti allenatori dei settori giovanili, come Vendrame e Pulici nel calcio o Gamba nel basket, coniarono una frase provocatoria: “Il mio sogno è allenare una squadra di orfani”. Nel lungo periodo la differenza la fa crederci sempre, allenarsi con abnegazione, lavorare fino alla nausea sulle carenze che tutti hanno — tranne il grande Maradona. La curiosità è un’arma importantissima: vedere un avversario fare una finta e avere la voglia di provarla finché non la si impara. Faccio sempre questo esempio: se un ragazzo è carente in una materia scolastica, va a ripetizione. Nel calcio è uguale: a casa, in strada, in cortile, bisogna provare e riprovare il gesto tecnico. Non cullarsi mai sugli allori. Come diceva Eduardo: “Gli esami non finiscono mai”.»
- Quanto è importante che i club credano nei giovani e li espongano gradualmente a livelli più alti?
«Il percorso di Ilaria Azzena è emblematico. Classe 2008, la rappresento da circa quattro anni, da quando conobbi il padre Vanni, imprenditore e politico sassarese, presidente della Caniga. Ilaria ha iniziato con i maschietti. La vidi in alcuni filmati: mi colpì la cattiveria agonistica unita alla tecnica. La proposi all’Inter e ad altre due società di Serie A. L’Inter la chiamò per un torneo in Veneto: andò benissimo e la vollero tesserare, così come le altre due. Ma Ilaria rifiutò tutte e tre. Io e Vanni non la forzammo: decidemmo di restare in Sardegna. La squadra però non si iscrisse al campionato e a metà settembre eravamo senza squadra.
In Italia c’è una regola obsoleta: tra i 14 e i 16 anni servono deroghe per uscire di regione, e questo penalizza chi vive in territori con poche società professionistiche. Rintracciai Enrico Calvi, responsabile del femminile della Sampdoria, che l’aveva vista al torneo: riuscimmo a tesserarla. Rimase lì due anni e arrivò anche in Nazionale. La scorsa stagione la Samp non si iscrisse: avevo capito che sarebbe successo e avevo tre squadre pronte. Decidemmo per il Sassuolo, sempre ragionando per il bene di Ilaria.
La stagione è andata benissimo, finale scudetto persa ai rigori. Un mese fa le hanno proposto un triennale, che ha firmato. Quest’anno si allena con la prima squadra, ha debuttato e vinto contro la Roma. Ieri è arrivata la convocazione in Nazionale. Il Sassuolo ogni anno fa debuttare giovani: è una società organizzata, con persone lungimiranti. Il settore giovanile è basilare per qualsiasi club.»
Nel racconto di Lorenzoni c’è tutto ciò che rende autentico il calcio giovanile: la fragilità delle scelte, la forza delle passioni, l’importanza degli adulti che sanno accompagnare senza invadere. La storia di Ilaria Azzena dimostra che il talento cresce quando trova un ambiente capace di proteggerlo e, allo stesso tempo, di lasciarlo libero di sbagliare, imparare e diventare grande.
